Ritorna, a grande richiesta, la playlist delle nuove canzoni in scaletta al Circolo Arci Millenium di Bologna. L’appuntamento è quello oramai stranoto del giovedì notte insieme a Mingo e Aimox. Check it out!

First. THE BLACK KEYS – Lonely Boy
Second. PLANET FUNK – These Boots Are Made For Walkin’ (Nancy Sinatra cover)
Three. SUBSONICA FT. FRANCO BATTIATO – Up Patriots To Arms
Four. SKRILLEX – Rock’n'Roll (Will Take You to the Mountain)
Five. DATAROCK – Catcher in the Rye

Ecco le 10 migliori novità indie del mese di Febbraio. ENJOY.

THE BLACK KEYS – Run Right Back
NADA SURF – Waiting For Something
THE MACCABEES – Pelican
THE BIG PINK – Stay Gold
FIRST AID KIT – Emmylou
SNOW PATROL – I’ll Never Let Go
CHAIRLIFT – Ghost Tonight
S.C.U.M. – Faith Unfolds
GUIDED BY VOICES – Spiderfighter
THE STEVE MILLER BAND – Just A Little Bit

Anche gli affari preconcerto dei venditori abusivi di magliette risentono della stretta del governo Monti sul fisco. A un’ora dal concerto dei Black Keys, completamente esaurito, le loro bancarelle di fronte all’Alcatraz sembrano uno scheletro spoglio in attesa di guarnizione, un albero di Natale prima di essere addobbato. Due passi più avanti tre uomini della Finanza sono in attesa di fantomatiche licenze che non arriveranno mai, impegnati a decifrare dialetti a occhio e croce lontani mille chilometri da Milano. Qualcuno si è reinventato il lavoro in un battibaleno e all’inizio della lunga coda verso l’ingresso si è già messo a vendere “Coca Cola, birra, Sambuca!” (quando una volta era “Coca Cola, chinotto, chi beve?”). Furbi. Con il freddo in effetti un liquore dolce non guasta.

Sul palco la batteria di Patrick Carney è spostata in avanti, vicino al pubblico, in linea con il microfono di Dan Auerbach. E la scelta non fa una piega. Il cuore pulsante della band di Akron, Ohio, è  proprio questo: batteria, voce e chitarra. A metà serata i due trasformano la teoria in una poderosa lezione di pratica: spediscono nelle retrovie bassista e tastierista e spiattellano in faccia al pubblico cinque tracce della scaletta in completa solitudine dimostrando che così nascono i Black Keys, che queste sono le due anime del progetto. C’è la componente blues portata da Dan e c’è la componente più rock alimentata da Patrick. La batteria suona potente ed energica, scandendo tempi e improvvisi cambi di ritmo, ben amplificata e valorizzata dai fonici della band. La chitarra di Auerbach scivola altrettanto rapida e distorta, accompagnata da una voce dal timbro inconfondibile, a tratti vicina a quella di Caleb Followill, uomo di punta dei Kings of Leon. Una corrispondenza in effetti c’è: entrambi vivono ora a Nashville, Tennessee, terra del blues made in Usa dove le voci hanno un dna e un retroterra ampiamente riconoscibili.
In scaletta quasi tutti i pezzi estratti dall’ultimo fortunatissimo El Camino: su tutte spiccano “Dead and Gone”, “Little Black Submarines”, “Run Right Back” (che si candida di prepotenza a nuovo singolo) e “Lonely Boy” (fin troppo attesa e tenuta appositamente per ultima). Spazio l’hanno trovato, e non poteva essere altrimenti, anche alcune canzoni di Brothers, lavoro di rara perfezione artistica: in primis “Everlasting Light”, “Next Girl”, “She’s Long Gone” e “TIghten Up”. I due dischi, con orientamenti e sonorità però diversi, sono stati sapientemente miscelati dando vita a una esplosione di suoni che ha messo in risalto l’affiatamento di Patrick e Dan, l’intesa di una vita trascorsa insieme sin da giovanissimi e la soddisfazione per un successo internazionale giunto a fatica, dopo otto album, sette se consideriamo la notorietà arrivata con “Tighten Up” di Brothers, e quache spot pubblicitario con  i due ragazzi di Akron in sottofondo.  L’hanno detto anche loro: nulla di male, la televisione qualche volta aiuta.

 ”Contenti di essere qui. Dovremmo venirci più spesso!”, ha detto Dan in apertura di live. Al ritmo di un disco all’anno e a forza di sold out è lecito credere che i Black Keys torneranno presto in Italia. Intanto si ricorderanno di Milano. Sulla strada verso Eindhoven, location del concerto del giorno dopo, hanno trovato ad aspettarli centimetri di neve. Fuori dall’Alcatraz sono invece tornati i venditori abusivi: smerciano a più non posso magliette e felpe, mostrano l’ottima qualità del tessuto e la fattura della stampa. Ma della classica domanda finale nessuna traccia: scontrino o fattura?!? Proprio ora che c’era bisogno di una Sambuca.

La scaletta: Howlin’ For You, Next Girl, Run Right Back, Strande Times, Dead And Gone, Gold On The Ceiling, Thick Freakness, Girls On My Mind, I’ll Be Your Man, Your Touch, Little Black Submarines, Money Maker, Chop And Change, Same Old Thing, Nova Baby, 10 Cent Pistol, Tighten Up, Lonely Boy. [Bis] Everlasting Light, She’s Long Gone, I Got Mine.



Finite le vacanze, siamo pronti a ripartire.
Da venerdì 13 Gennaio 2012 torna la mitica festa Erasmus targata ESN.
Vieni a conoscere RAGAZZI E RAGAZZE stranieri da ogni angolo del mondo!

Dove? Al LAB16 di via Zamboni 16/D a Bologna.
Quanto costa? Niente. L’ingresso è GRATUITO.
Che musica c’è? A 360 gradi. Divertimento assicurato con DJ AIMOX.
E poi? Partecipa alla nostra DRINKING LOTTERY e vinci delle bevute!
A che ora si comincia? Alle 23 e si va avanti fino a  tarda notte.
Per saperne di più? Fai una cosa, clicca QUI.

Ci voleva una grande scossa per tornare. E i Planet Funk, dopo cinque anni di lunga attesa, indubbiamente questa scossa se la sono data: non solo nel titolo del disco, appunto “The Great Shake”, ma anche nella scelta del proprio nuovo leader.
Il nome che eredita il difficile compito del britannico Dan Black è quello di Alex Uhlmann, dal piccolo stato del Lussemburgo. Il timbro di voce sembra in effetti avvicinarsi a quello dell’ex frontman dei The Servant, ma non a dire il vero la presenza sul palco, a tratti meccanica, non sempre carismatica, incapace di ingannare il tempo nelle pause non cantate dei brani. Il pubblico dovrà certo abituarsi alla nuova figura, un passaggio questo mai agile, ma l’impressione è che occorra uno stratagemma per consolidarla il più possibile agli occhi dei fan ed evitare che passi inosservata. Alex lo sa e per questo urla subito al microfono di sentirsi legato alla città di Bologna per il fatto di avere studiato, grazie al progetto Erasmus, proprio sotto le Due Torri. Già per questo ci sta simpatico.
E poi ci sono le nuove canzoni, lontane anni luce da quelle, datate 2002, che avevano letteralmente spopolato con “Non Zero Sumness”. L’ultimo lavoro dei Planet Funk si avvale infatti della collaborazione di artisti come Jovanotti e Giuliano Sangiorgi dei Negramaro, influenze che hanno finito per ingabbiare il disco in un contesto pop di reminiscenze eighties (non parliamo poi della somiglianza fisica tra Uhlmann e Sangiorgi!). Il singolo “Another Sunrise”, dal titolo anche qui non casuale, rispecchia forse più fedelmente di tutti gli altri brani l’anima della band, insieme alla cover, non inserita nel cd, realizzata per il film “La kriptonite nella borsa” che ha riesumato (per l’ennesima volta!) la “These Boots Are Made for Walkin’” di Nancy Sinatra. Risultato comunque più che buono e reinterpretazione convincente.
Nella tracklist sentita all’Estragon di Bologna spiccano proprio le due appena citate (la prima riproposta una seconda volta anche nel bis), affiancate da “Paraffin”, “Inside All the People”, “The Switch” e “Lemonade”. Resta invece un po’ l’amaro in bocca per una versione dell’attesissima “Who Said” che, cantata monocorde, non è stata capace di regalare grandi emozioni. Dispiace infine non aver potuto apprezzare dal vivo “Stop Me” ed “Everyday”, singoli ben riusciti del secondo disco.
Dopo un’ora e mezza di concerto, i Planet Funk passano la prova di Bologna, complice anche un pubblico che si è riscaldato man mano, in corrispondenza della riproposizione dei successi più conosciuti. Come ogni volta che un gruppo si dà una bella scossa e ne esce piuttosto rigenerato, la curiosità è ora capire se il disco successivo sarà in grado di mantenerla.


Tutto pronto per il 2012? Insomma…
Ecco allora dieci buoni propositi per l’anno che sta arrivando, tutti all’insegna del “meno”.

1) La crisi. Meno parole dai toni inquietanti. La crisi chiamiamola “mgogoro”. In swahili suona più divertente.
2) La RAI. Meno carte di credito ai direttori di telegiornale e meno programmi del pleistocene sul digitale terrestre.
3) Il calcio. Meno tifosi per protesta allo stadio. I giocatori scommettono? Lo facciano da uno squallido Sisal anziché da ville di lusso o da Singapore.
4) Il lavoro. Meno fantomatiche posizioni aperte e concorsi se poi le imprese assumono amici e parenti. Delle due diteci come candidarci alla posizione di “amici e parenti”.
5) Le tasse. Meno fardelli da pagare se uno allo yacht ormeggiato al mare preferisce uno scassato Ciao Piaggio del ’93 incatenato al palo.
6) Social Network. Meno ore passate leggendo quello che fanno e dicono gli altri. Usate il telefono, se avete il coraggio.
7) Cultura. Meno cùl-tura di bassa lega. Già che ci siamo, anche meno Lega.
8) Ambiente. Meno esondazioni, frane, dissesti. Smettiamola di nascondere i resti del pranzo di Natale sottoterra. Lo zampone a volte si rigenera da solo.
9)  Esteri. Meno Lavitola in panciolle fuori dai confini nazionali. L’unico che per festeggiare la fine della sua latitanza organizza un party.
10) Totti. Meno personaggi che, in tempi di crisi, si dicono finalmente felici di partire per le vacanze. Su una torre alla stazione di Milano, gli suggerirei.

La mitica serata Erasmus del venerdì notte al Lab16 si prende una breve pausa natalizia.
Dopo quattro mesi intensissimi a base di message night e drinking lottery.
Grazie a tutti i ragazzi, stranieri e non, che hanno partecipato e si sono divertiti scatenandosi in pista.
Grazie allo staff di Esn e a Cosimo che mi ha fatto conoscere Michel Telò.
E ringraziamenti speciali a tutta la crew del Lab16. Unica.
L’Erasmus Esn Party torna più carico che mai venerdì 13 Gennaio 2012.
Per dare il benvenuto ai nuovi studenti stranieri in città e dire loro che il venerdì notte a Bologna c’è solo il Lab16.

Sedici  crew che organizzano serate a Bologna. Tutte insieme, con i loro deejay, per un unico evento.

++ Sabato 10 Dicembre 2011 ++
*** @ KINDERGARTEN BOLOGNA @ ***

 < THIS IS BOLOGNA >
<< con Bologna Rock & DJ AIMOX >>

Total event starts at 23.30
Aimox plays at 4.00 @ Kindergarten Privé

Siamo con Mauro Pawlowski dei dEUS per presentare l’ultimo album “Keep You Close”.

Benvenuto a Radio Città Fujiko.
Ciao! Grazie!

Nel nuovo disco ci sono arrangiamenti più raffinati e un sound più maturo. In che direzione pensi si evolvano le sonorità dei dEUS?

Abbiamo usato molti strumenti extra, abbiamo invitato un quartetto d’archi, abbiamo semplicemente voluto degli arrangiamenti più sofisticati per le nostre canzoni. L’album precedente era più essenziale, con questo abbiamo solo allargato le sonorità.

Il disco si caratterizza per continui cambi di ritmo, passando da ballate a brani decisamente più movimentati. Come mai questo continuo cambio di direzione?

Abbiamo solo scelto le nostre canzoni preferite, perché c’è molto lavoro se vuoi fare un bell’album e non puoi perdere tempo con idee di cui non sei convinto, quando ci sono molti dubbi. Le canzoni che sono nell’album adesso sono quelle che piacciono di più alla band e il cantante si sente ispirato a cantarle e questo è molto importante. Certo deve avere un po’ di variazione, canzoni lente, momenti più rock, qualcosa di più sofisticato, qualcosa di più immediato, brillante, pop non lo so. Ci piacciono le variazioni e credo piacciano anche agli ascoltatori. Altrimenti diventa una cosa noiosa e monotona.

In “Twice” and “Dark Sets In” lavorate con Greg Dulli degli Afghan Whigs. Com’è nata questa collaborazione?

É stata un’interruzione perchè lui suona con i Twilght Singers e Tom (Tom Barman, il cantante) li conosceva un po’. È andato da lui e gli ha detto “abbiamo uno studio perché noi vieni a trovarci, c’è un microfono e se te la senti canta!”. È molto semplice, chiedi a qualcuno e questo può dire o sì o no..lui era molto entusiasta e gli è piaciuto il risultato. Eravamo dei fan di Greg Dulli e lo siamo tuttora e è andato tutto bene!

La copertina dell’album è molto divertente e viene ripresa anche nel video di “Constant Now”. Chi l’ha realizzata o chi l’ha scelta?

L’ha scelta Tom, è una vecchia foto trovata su un giornale recente, cioè recente… di qualche mese fa ormai. Il tempo vola. Sono due scienziati che fotografano una farfalla, quindi in qualche modo si adatta benissimo al titolo dell’album “Keep You Close”, ci piaceva molto questa foto con questi scienziati degli anni ’50 o ’60, non so. E ci siamo divertiti tantissimo a girare il video vestiti come scienziati a caccia di immaginarie farfalle di plastica.

Parliamo di concerti. Ho visto alcuni vodcast sul vostro sito che coprono parte del vostro tour e avete creato anche un album virtuale che i vostri fan possono usare per mettere foto, video e tweets dei vostri concerti. Vi piace avere un rapporto stretto con i vostri fan?

Ci piace tenere tutti vicino effettivamente, personalmente sono interessato a tutti i tipi di commenti, critiche, complimenti. Penso che sia molto importante e, anche se a qualcuno può non piacere quello che stai facendo, credo sia molto interessante sapere. Anche se questo non cambia niente. E’ anche a causa del nostro tempo: al giorno d’oggi non c’è più molta segretezza che va anche bene sai. Non siamo una band che si mantiene oscura e misteriosa per il pubblico, siamo una band aperta perché è così che siamo anche come persone, siamo aperti, ci mescoliamo con il pubblico, ci piace parlare. E’ per questo che siamo musicisti in primo luogo, per incontrare persone per vedere posti. Non capisco assolutamente le band che si chiudono in se stesse e non hanno contatti di nessun tipo, ma ciascuno è diverso certamente.

Stasera vi esibirete all’Estragon di Bologna, ma presto sarete nella vostra città, Anversa. Come pensi che il vostro pubblico vi accoglierà?

Oh, si certo! Siamo abbastanza conosciuti nel piccolo paese del Belgio, mi piace stare in tour, mi piace viaggiare ma anche bello tornare a casa se hai una vita sociale lì.. non vediamo l’ora di suonare dappertutto, ci piace moltissimo suonare in Italia, incontri sempre belle persone, bel pubblico, bei posti.

C’è qualche giovane band belga che ci suggerisci? Aiutaci a conoscere meglio il vostro panorama musicale che pure riserva tanti talenti!

Si, certamente! Abbiamo una band di supporto adesso, si chiamano gli SX come le due lettere S e X che sono assolutamente fantastici, e prima di loro abbiamo avuto una band di supporto sempre belga chiamati The Intergalactic Lovers, molto bravi e prima di loro una band molto molto brava che si chiama Balthazar, quindi se vi devo dare qualche nome direi Balthazar, Intergalactic Lovers e Sx, dovreste davvero darci un’occhiata.

Con i Fleet Foxes sul palco obbligatorio stare zitti. E se non lo fai, sono gli altri a chiederti di fare silenzio con un poderoso “sshhh…”. All’Estragon di Bologna non capitava da un po’. Ci voleva Robin Pecknold, da Seattle (anche se ora di casa a Portland, Oregon), a far ripiombare tutti in un silenzio surreale, dalle atmosfere calde e intimiste, a dimostrare che un concerto indie folk lo si apprezza soltanto se in completa simbiosi con la band.
Barbe lunghe e camicie di flanella a quadroni dalle tinte rossicce-marroni si muovono sul palco caratterizzando sia i Fleet Foxes che fonici e tecnici al mixer. Continuo a chiedermi come mai i gruppi che suonano questo genere debbano per forza indossare una simile divisa, quasi fosse una regola. Non esiste forse un distributore di lamette, anche usa e getta, sulle montagne dello stato di Washington? Dove, fino a prova contraria, arriva l’elettricità e il cemento delle strade statali. Affibbiare look e abbigliamento a un preciso sound limita il tutto a categorie predefinite che si trasformano in clichet privi di originalità. Voglio dire, stesso discorso lo si potrebbe fare per indie, metal e così via. Ma perché? Non c’è che dire, comunque: addosso a mister Pecknold questo stile calza a pennello.
Non si fanno desiderare i Fleet Foxes, che attaccano a suonare alle dieci meno un quarto.  Una batteria ben calibrata e mai ingombrante, cori a fare sempre da sottofondo, chitarre a non finire accompagnate dall’aggiunta di un contrabbasso e molte fasi in completo assolo. La band di Seattle trascina in un istante il suo pubblico nel limbo dei due dischi all’attivo, quello omonimo datato 2008 e il recente “Helplessness Blues”. La voce del frontman è impeccabile, precisa, soave. Gli aggettivi si sprecano per una performance che trasforma il concerto in una esperienza decisamente più esaltante dell’ascolto della tracce da cd. Anche lo stereo di casa più formidabile toglie alla prestazione dei Fleet Foxes il gusto delle atmosfere montanare più ruvide e spigolose.
Dopo un’ora e quaranta di live, Robin Pecknold si lascia alle spalle la nebbia di Bologna. In bocca resta il sapore di una polenta al cinghiale. O almeno dell’equivalente piatto americano di montagna… Le frittelle con lo sciroppo d’acero dite che vanno bene??!